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martedì 15 febbraio 2011

Corsa alle liberalizzazioni: i bankers ringraziano

(MoviSol) - Sotto la spinta di una serie interminabile di scandali, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha deciso che sarebbe ora cambiare argomento e affrontare "i problemi del paese". Così ha annunciato un nuovo piano per la crescita, incentrato sulle liberalizzazioni di vari settori economici, a partire da cambiamenti alla Costituzione stessa. Obiettivo: liberarci dalle troppe regole che impediscono all'Italia di spiccare il volo. La risposta del Pd di Pierluigi Bersani non si è fatta attendere: ma quali liberalizzazioni? Quelle vere le ho fatte io, e adesso ne propongo ancora di più. Insomma, si è innescata una gara a chi può essere più liberista, tutto a favore della "crescita" economica.
La realtà però, è che questa gara favorisce soltanto gli interessi politico-finanziari di Bruxelles e la City di Londra, ed i loro promotori in Italia. Come abbiamo scritto dopo la spaccatura della maggioranza nello scorso autunno, lo scontro politico italiano fa parte di uno scenario disegnato ad alto livello e evidente a chiunque volesse alzare lo sguardo dalla palude degli scontri quotidiani: la creazione di un esecutivo di emergenza che potrà attuare un programma di feroce austerità sul modello dei piani annunciati e lanciati in Grecia, Irlanda, Gran Bretagna e Francia. I mercati finanziari richiedono lacrime e sangue, altrimenti gli attacchi speculativi ai titoli di stato riprenderanno in qualsiasi momento, con una moneta unica che si avvia verso la propria fine. Così i cittadini devono sottostare ad una nuova ondata di salvataggi per chi ha speculato, i veri destinatari dei programmi di stabilizzazione a livello europeo.
Insieme ai tagli serviranno le famose "riforme strutturali" che tradotte in termini reali porteranno ad ulteriori privatizzazioni e liberalizzazioni, annullando le tutele dei cittadini di fronte agli interessi speculativi. Montezemolo potrà garantirsi i profitti dell'alta velocità, come i Benetton si sono presi quelli delle autostrade. Seguono le municipalizzate, l'acqua, l'energia e tutto il resto, alcuni già avviati negli ultimi anni. Come insegnano Gran Bretagna e Stati Uniti, la deregulation è la precondizione per il saccheggio da parte degli interessi privati, non per l'efficienza, che viene invece realizzata con investimenti in infrastrutture e alta tecnologia.
Finora il Governo Berlusconi è stato poco affidabile nell'attuare il programma liberista richiesto, anche a causa di un Ministro dell'Economia che, pur imponendo una linea di rigore per quanto riguardano i conti pubblici, cerca in continuazione modi di ricostruire l'economia reale attraverso i progetti infrastrutturali e la richiesta di una riforma internazionale che separi le attività reali da quelle speculative; infatti Tremonti ha contrastato subito il nuovo piano di Berlusconi, provocando l'ira del suo vero promotore, Giuliano Ferrara.
Ora Berlusconi e Bersani sembrano aver deciso di accontentare i bankers in anticipo, per evitare a loro di doversi sporcare le mani manipolando il quadro politico italiano. Vogliono l'accelerata liberista? Gliela diamo noi, così facciamo vedere quanto siamo bravi e magari riusciamo a tenere/ottenere le posizioni di potere.
Mentre negli Stati Uniti la Commissione di Inchiesta sulla Crisi Finanziaria (FCIC) guidata da Phil Angelides ha pubblicato un rapporto di importanza fondamentale, indicando l'abrogazione di Glass-Steagall (la separazione tra banche commerciali e banche d'affari) e la deregulation in generale come le cause del crollo economico-finanziario di questi anni, in Italia si vuole abbracciare la malattia, piuttosto che curarla. I bankers se la ridono veramente.
Per aiutare a contrastare la follia di chi crede che le liberalizzazioni siano la fonte della crescita economica (tesi che sembra ormai scritta nel DNA dell'establishment economico, nonostante la sua dimostrata fallacia) MoviSol ripropone la lettura dell'eccellente studio di Claudio Giudici del 2008 sul tema delle privatizzazioni e liberalizzazioni in Italia, mostrando come la scossa data all'economia italiana negli anni Novanta iniziata con i governi Amato e Ciampi (tanto invocati da alcuni personaggi in questi giorni) in realtà ha inferto un colpo durissimo al tessuto industriale e alla sovranità del paese. Vogliamo davvero ripetere questa esperienza, per paura di inimicarsi i poteri forti a livello internazionale?

martedì 25 gennaio 2011

Montezemolo? Meglio un Bot. Ecco perché

Egregio presidente Luca Cordero di Montezemolo,
noto con un certo stupore che in Italia si sta diffondendo l’arte del “Tuttologo” che, in quanto tale, permette a presunti ingegni multiformi di dissetare nelle più svariate discipline. Ad ogni buon conto, in merito alle sue dichiarazioni sulla quotazione del Sole 24 Ore ( "Se non ci fossero state le risorse della quotazione oggi la situazione del Sole sarebbe molto difficile, per non dire peggio") e più in generale sull’apertura al mercato dei piccoli risparmiatori, mi permetto di richiamare alla sua memoria alcuni fatti e circostanze.
Il 23 ottobre del 2006 è stata ammessa alle quotazioni presso la borsa valori italiana “Poltrona Frau spa”, il prezzo dell’Ipo determinato in 2,10 euro, i soldi raccolti fra i risparmiatori 103,70 milioni di euro, per una capitalizzazione complessiva di 294,00 milioni di euro.
Il patrimonio netto tangibile negativo per 13,8 milioni di euro (a causa del valore elevato degli avviamenti e marchi) e l’indebitamento pari a circa 110 milioni di euro, ravvisavano che, più elevata fosse stata la raccolta di mezzi freschi, maggiori sarebbero risultati i benefici per Poltrona Frau spa, ma le cose non andarono così: delle 49,1 milioni di azioni ammesse alla quotazione, solo 8,9 milioni (il 18,1%) risulteranno di nuova emissione; in altre parole, dei 103,7 milioni di euro raccolti, solo 18,7 milioni finirono nella casse della società (in realtà ancora di meno se si considerano le commissioni incassate dagli advisors), la restante parte, pari a ben 85,0 milioni di euro, risulteranno incamerati dei vecchi azionisti.
Fra gli azionisti che hanno venduto, incassando una lauta plusvalenza, il fondo Charme, quello del gotha dell'imprenditoria italiana, fra cui Luca Cordero di Montezemolo.
Egregio Presidente l’operazione è stata più che lecita, a me preme ricordare che tale fondo aveva sede in Lussemburgo (all’epoca dei fatti annoverato fra i paradisi fiscali) che, se i rudimenti di diritto tributario comparato che conosco non mi inducono in errore, prevedeva proprio un regime preferenziale per le plusvalenze derivanti da operazioni finanziarie.
Il Fondo Charme, che aveva sempre chiuso i conti in perdita, ha realizzato il primo (e unico) esercizio in utile, comprando le azioni di Poltrona Frau a 0,76 euro e vendendole ai piccoli risparmiatori a 2,1 euro, altre notizie di lauti guadagni, grazie ai flussi di cassa generati, non mi sovvengono.
Tutta l’operazione “Frau” era ricca di conflitti d’interesse: Unicredit era il principale creditore finanziario del gruppo Frau e il global coordinator del collocamento, nel Cda figuravano quali indipendenti Marco Piccinini (manager del Gruppo Fiat di cui Montezemolo era Presidente) e Andrea Pininfarina (con esso intratteneva rapporti di fornitura), Fiat e Ferrari, del resto, erano e sono importanti clienti.
Se il diritto Penale prevedesse norme con la stessa ratio del Testo Unico della Finanza, basterebbe dichiararsi reo confessi per guadagnarsi l’assoluzione: invero è sufficiente che le criticità vengano esposte nel Prospetto informativo, perché alla Consob vada bene. Nelle 496 pagine del documento depositato per la quotazione di Poltrona Frau, in caratteri minuscoli, è segnalato tutto; anche che l’intervallo di prezzo del titolo, rapportato agli utili, era più caro di ben 8 volte la media dei 13 comparables individuati (fra cui Bulgari, Tod’s, Hermes, LVMH) e 4 volte il più sopravvalutato fra questi (Safilo)   
Il 13 settembre 2010, dopo quasi 4 anni dall’Ipo e con le quotazioni a 0,78 euro, Unicredit emette un report valutando il titolo 0,86 euro.
Dall’esercizio successivo alla quotazione ad oggi (45 mesi) il gruppo ha accumulato una perdita di 4,3 milioni di euro, l’azione ha perso il 53% del valore. Certo gli investimenti vanno anche valutati in termini di rendimenti: difatti i dividendi totali distribuiti in quatto anni sono stati pari a 0,04 centesimi, poco meno del 2%del capitale investito in sede di Ipo; non male visto che le stesse somme investite in titoli di stato pluriennali avrebbero reso in 4 anni intorno al 15%, ovviamente oltre alla restituzione dell’intero capitale.
Egregio Presidente, lo Stato Sovrano dell’Italia ha mille difetti, ma spesso fa rendere i soldi dei risparmiatori, meglio di tanti imprenditori privati. 
Giovanni Esposito

venerdì 14 gennaio 2011

La demagogia liberista di Montezemolo e Italia Futura contro Tremonti ed imprenditoria

Con ineguagliabile trasversalismo la ricetta liberista prova ad accerchiare l'azione politica nazionale. Pochi mesi dopo l'insediamento dell'attuale Governo Berlusconi, Emma Marcegaglia tuonò: “Il grande tema delle liberalizzazioni è stato tolto dall'agenda politica!”. In effetti aveva velocemente compreso (sicuramente prima dei finiani) che le visioni di Tremonti – più ispirate dalla tradizione storica del sistema americano di economia politica (dirigista e protezionista) – stavano frenando quelle liberiste (proprio del modello imperiale britannico).
Recentemente è intervenuto sul tema, durante una puntata di Ballarò, con Diego Della Valle ed Italo Bocchino a fargli da eco, anche il Presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Antonio Catricalà, richiedendo in modo chiaro che il tema delle liberalizzazioni fosse un tema pacifico e trasversale a tutte le forze politiche. Ed anche Bruno Vespa qualche giorno fa è intervenuto nel dibattito chiedendo a Berlusconi di procedere con le liberalizzazioni. Lapo Pistelli, responsabile relazioni internazionali del PD, in un recente commento afferma: “... servirebbe oggi un bel governo a guida Mario Draghi ...”; Draghi, appunto, colui che diresse la più grande operazione privatizzatrice dell'impresa nazionale, regalando vere e proprie perle dell'economia pubblica ad interessi privati nazionali ed esteri e contribuendo a disintegrare il welfare italiano.
Nelle ultime ore, con l'articolo Il neostatalismo municipale della Lega (e di Tremonti) e la solitudine di chi lavora e produce, Italia Futura, l'associazione fondata da Montezemolo, è intervenuta a dar man forte ai liberalizzatori-privatizzatori. D'altra parte – all'interno del sovraordinato processo di progressiva distruzione degli stati-nazionali – manca ancora qualche ultimo cespite dell'economia italiana (il sistema pensionistico, quello sanitario ed educativo, le municipalizzate ed i servizi pubblici locali) da mettere sotto le mani delle oligarchie finanziarie, e l'asse Lega-Tremonti, mentre il sistema finanziario internazionale va disintegrandosi a ritmi accelerati – con Geithner che invita gli Usa1 ad aumentare il debito pubblico ed i Paesi membri dell'UE sostanzialmente falliti – , ne sta rallentando il passaggio ai soliti Montezemolo, De Benedetti, Benetton, Della Valle, Caltagirone, ma in particolare ai gruppi bancari che operano tramite costoro! A tal proposito, si prenda a riferimento l'ultima esperienza liberalizzatrice attuata dall'ultimo Governo Prodi, che ha beneficiato nel settore ferroviario il duo Montezemolo-Della Valle, che con la loro società NTV (sostanzialmente una controllata di una serie di fondi speculativi di diritto lussemburghese2) andrà a fare concorrenza alle strategiche Ferrovie dello Stato. Questa concorrenza non sarà su tutte le linee del territorio nazionale, ma solo su quelle ad alta redditività (Napoli-Milano per esempio), lasciando allo Stato, e dunque ai contribuenti (compresa l'imprenditoria tanto cara ad Italia Futura e Montezemolo) la copertura di spesa delle tratte non remunerative (quelle dei piccoli paesini) ma che un paese civile non può non avere.
Così l'articolo di Italia Futura mira ad ingannare la piccola imprenditoria, giocando sulle sue obiettive difficoltà, provando a metterla contro una linea politica che in realtà la tutela più di quanto possa fare il trasferimento ai privati di settori strategici di base le cui condizioni di erogazione finiranno, in un modo o nell'altro, coll'essere peggiori, per la inevitabile pressione generata dagli appetiti profittuali. La soluzione di Italia Futura in realtà accelera il prodursi delle conseguenze negative prodotte dal sistema della globalizzazione finanziaria, dove gli interessi speculativi dominano sull'economia reale. Diversamente la linea neo-statalista municipale della Lega e Tremonti, è un tentativo di rimandare, il comunque inevitabile collasso, di un sistema economico-finanziario da rifondare attraverso una primaria riorganizzazione fallimentare ordinata, un nuovo ordine monetario internazionale a cambi fissi, il ripristino dello standard Glass-Steagall, la fondazione di sistemi nazionali sovrani di credito, ed il lancio di linee di credito nazionali a basso tasso d'interesse e lunga scadenza, per progetti infrastrutturali ed industriali ad alto tasso tecnologico-scientifico, che fungano da volano per il rilancio dell'intera economia globale. Si tratta di cose, invero, già presentate al Parlamento italiano, e passate con maggioranza bipartisan: la più volte richiamata “responsabilità”, non consiste nell'adeguarsi all'inumano e decotto sistema della globalizzazione, quanto piuttosto nel proporre e lavorare con i partner politici internazionali per la riformulazione di un modello, che proprio come lo fu quello rooseveltiano, porti a generare sviluppo per tutte le nazioni che vogliano adottarlo. O i politici nazionali ed i cittadini di buona volontà, avranno il coraggio di proporre questa ricetta larouchiana, oppure non potremo far altro che assistere impotenti al collasso degli stati-nazionali, a cui seguiranno nuovi ordinamenti di matrice autoritaria.

1 A proposito degli Stati Uniti, è interessante rilevare che il Segretario al Tesoro USA inviti il suo paese a fare ciò per cui sono interdetti i Paesi membri dell'UE: aumentare il debito pubblico. D'altra parte la stessa Gran Bretagna, che non rientra sotto l'Eurosistema, ha aumentato il rapporto debito pubblico / pil all'incredibile valore del 147% (dunque a livelli ben più alti di quelli italiani), se si vanno a considerare le nazionalizzazioni bancarie a cui ha dovuto procedere per salvare le proprie banche. Se si considera che attraverso l'FMI gli Stati sud-americani, quelli africani e quelli del sud-est asiatico sono stati sottoposti a politiche di riduzione del debito (oltre che di liberalizzazioni e privatizzazioni), con i risultati in termini di sottosviluppo e povertà noti, si potrà facilmente dedurre che la ricetta anglo-americana nega agli altri ciò che consente a sé stessa. Concludendo, è importante ricordare che non esiste precedente storico che abbia portato ad un rilancio dell'economia reale, passando dal primario abbattimento del debito pubblico, diversamente, come insegna emblematicamente la storia degli Stati Uniti d'America, è attraverso l'espansione della spesa pubblica in settori strategici (infrastrutture ed industria) che si attua il rilancio dell'economia reale.