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sabato 26 febbraio 2011

La Commissione Europea e Trichet si rifiutano di fermare la speculazione

(MoviSol) - Con i prezzi delle derrate alimentari di base alle stelle in tutto il mondo, per la mancanza di scorte e per la speculazione incontrollata, Lyndon LaRouche ha ribadito il 14 febbraio il suo appello per mettere un tetto ai prezzi del cibo. Il processo iperinflazionistico sta spingendo il denaro speculativo verso i mercati delle commodities, e ne deriva tale esplosione dei prezzi. E questo in un momento in cui, stando alla Banca Mondiale, quasi un miliardo di persone in tutto il mondo, quasi un sesto della popolazione mondiale, patiscono la fame e un altro miliardo è malnutrito. "Abbiamo bisogno di un tetto internazionale ai prezzi del cibo", ha dichiarato LaRouche. "Dobbiamo congelare i prezzi del cibo imponendo subito un tetto! Le situazioni in Egitto e Tunisia sono solo un avvertimento".
L'appello di LaRouche per mettere fine alla speculazione sul cibo era stato echeggiato negli ultimi due anni dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Ora sembra che si stiano svegliando anche i suoi colleghi europei. Un avvertimento simile è giunto dal ministro tedesco dell'Agricoltura, Ilse Aigner, durante il suo discorso di apertura alla fiera agricola annuale a Berlino, il 20 gennaio: le rivolte per il cibo e la destabilizzazione dei paesi del Nord Africa, ha dichiarato, indicano la necessità di regolamentare e proteggere i beni agricoli dagli speculatori. La signora Aigner e i ministri dell'Agricoltura degli altri 26 paesi dell'UE hanno inviato una richiesta alla Commissione Europea affinché appronti tali regole: ma la Commissione si è rifiutata, con l'assurda motivazione che non è la speculazione a causare l'inflazione dei prezzi del cibo!
Tuttavia, la situazione è diventata così drammatica dalla fine di gennaio che la proposta di bandire la speculazione sul cibo è stata messa all'ordine del giorno del G20 iniziato il 18 febbraio a Parigi. Il ministro delle Finanze indonesiano Agus Martowardojo ha dichiarato al G20: "auspichiamo che il forum del G20 eserciti pressioni sui mercati in modo che non ci siano più speculatori, o industrie finanziarie o non finanziarie, che speculano sulle derrate alimentari… A livello del G20, a lungo termine, chiediamo ai paesi di creare un fondo per aumentare la produttività del cibo, ma a breve termine, dobbiamo mandare un messaggio alle industrie finanziarie e non finanziarie che speculano sui prezzi del cibo, così come all'industria dei futures, per fare in modo che non destabilizzino i prezzi".
Il ministro francese dell'Agricoltura Bruno Le Maire ha confermato la necessità di un limite alla speculazione: "Va imposto. È inaccettabile che ci siano persone che creano artificialmente carenze di cibo e si approprino di questa o quella quantità di derrate alimentari al solo scopo di fare dei profitti, mentre milioni di persone patiscono la fame". I governi europei sembra si siano accorti del disastro dei prezzi alimentari provocato dall'uomo, ma non hanno intrapreso alcun passo concreto.
Peggio: Jean-Claude Trichet, che guida il vero governo UE, ha girato i pollici contro. Parlando alla stazione radio francese Europe 1 il 20 febbraio, Trichet ha affermato: "Non possiamo fare niente contro l'aumento attuale dei prezzi dell'energia e delle merci, ma dobbiamo fare di tutto per evitare quelli che chiamiamo gli effetti di ritorno". E quali sarebbero gli effetti di ritorno? "Sto pensando all'intera gamma degli altri prezzi, compresi, naturalmente, i salari". Aumentare i salari "sarebbe la cosa più sciocca da fare", ha affermato brutalmente.
La BCE potrebbe fermare la speculazione in un baleno, basta chiudere il rubinetti del denaro facile. La liquidità costantemente pompata nel sistema si riversa nella speculazione sulle derrate alimentari, come mostrano tutti i diagrammi. L'UE stessa ha pubblicato le seguenti cifre: gli "investimenti" nei mercati delle commodities erano 15 miliardi di dollari nel 2003, essi sono schizzati a 300 miliardi nel 2008 e da allora continuano a salire. Alla borsa mercantile di Chicago, l'85% dei traders non hanno nessuna attività nel settore alimentare.
Persino i grandi produttori suonano il campanello d'allarme: il 16 febbraio, la divisione svizzera di Kraft Foods, il secondo più grande produttore di cibo mondiale, ha emesso un comunicato che denuncia gli hedge funds accusandoli di pompare enormi volumi di capitale nelle derrate alimentari dalla metà del 2007, causando un'inflazione nei prezzi mai vista prima. Ciò minaccia di danneggiare la sicurezza delle forniture alimentari, ha ammonito Kraft Foods, chiedendo una regolamentazione che escluda gli speculatori dai mercati dei prodotti agricoli.

venerdì 25 febbraio 2011

Acqua, Berlino dice "Ripubblicizziamola!"

(Stampalibera.com) - Il referendum popolare di domenica scorsa si è chiuso con una vittoria che ha sfiorato l’unanimità: il 98,2 per cento dei cittadini vuole che la Berliner Wasserbetriebe sia gestita esclusivamente dal Comune

Anche a Berlino l’acqua torna pubblica. A deciderlo una consultazione popolare che ha chiesto ai cittadini della capitale tedesca, domenica 13 febbraio, di dire “sì” o “no” alla proposta di togliere la gestione dell’acqua ai privati.
Se in Italia si deve ancora votare sulla questione della privatizzazione dei servizi idrici, e se in una città come Parigi è già stato deciso da parecchio tempo di renderli nuovamente pubblici, oggi anche Berlino ha deciso che non si possono più associare speculazioni e profitti ad un bene di primaria importanza come l’acqua. I berlinesi hanno infatti votato “sì” al referendum per l’annullamento della privatizzazione parziale della società di gestione dei servizi idrici. Una vittoria a dir poco schiacciante: su oltre 678.000 elettori, il 98,2%, ha votato a favore di un’inversione di marcia, rivendicando anche una maggiore trasparenza dei contratti.
«Un bene essenziale come l’acqua non può essere fonte di profitto, vogliamo che torni in mano pubblica», ha dichiarato il portavoce del Comitato promotore, Thomas Rodek. E così sarà. Quello del referendum berlinese è stato un trionfo dei sì: ne servivano almeno 616.571, e ne sono arrivati 665.713. Andreas Fuchs, il cassiere del comitato referendario, commenta: «Ci speravo, ma non me l’aspettavo più, vista la scarsa affluenza in mattinata». Ed aggiunge: «È la prova che si può fare molto anche con pochi mezzi». Pochi mezzi davvero, dato che il comitato disponeva di soli 12 mila euro per organizzare tutto: soldi ottenuti interamente da donazioni (mentre gli organizzatori del fallito referendum sulla religione a scuola di due anni fa avevano raccolto centinaia di migliaia di euro).
La richiesta riguardava la pubblicazione integrale del contratto con cui nel 1999 la capitale tedesca, cercando di fare cassa, decise di vendere alle società Rwe e Veolia il 49,9% dell’azienda dei servizi idrici comunali, la Berliner Wasserbetriebe. Un contratto di cui solo nel novembre del 2010 i promotori del referendum hanno ottenuto la pubblicazione da parte del municipio berlinese: 700 pagine che illustrano il processo di privatizzazione parziale. Un dossier che mostra come la città abbia garantito alti margini di guadagno alle due imprese interessate, Rwe e Veolia. Che, nell’arco di dieci anni, hanno incassato più utili dell’intera città di Berlino: 1,3 miliardi contro 696 milioni. Ora l’obiettivo del comitato referendario resta quello di riportare completamente la Berliner Wasserbetriebe in mani pubbliche. Evitando possibilmente di replicare quanto successo nella vicina Potsdam, dove, nonostante la società di gestione dei servizi idrici sia stata rimunicipalizzata dieci anni fa, i prezzi hanno continuato a salire. E a far pagare oggi un metro cubo d’acqua più che a Berlino (5,82 euro).
In una domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno gli italiani si potranno esprimere sul quesito riguardante l’abrogazione del decreto Ronchi, col quale nel 2009 è stato sancito che il servizio idrico non potrà più essere gestito da società pubbliche, ma solamente affidato a società che sono o totalmente private, o possedute da privati per almeno il 40%. Il secondo quesito riguarda invece la cancellazione del “Codice dell’ambiente”, una norma che prevede una quota di profitto sulla tariffa per il servizio idrico, la cosiddetta “remunerazione del capitale investito”.
Secondo i detrattori italiani dei referendum sull’acqua “privatizzare non può che migliorare la qualità dei servizi”. Per i sostenitori del referendum di Berlino, invece, in seguito alla privatizzazione parziale dei servizi idrici comunali i prezzi dell’acqua sono aumentati del 35%, collocandosi fra i più alti di qualsiasi altra città tedesca. A Berlino un metro cubo d’acqua costa 5,12 euro, a Colonia 3,26. Teniamolo ben presente, quando questa primavera ci recheremo a votare. Ce lo ricorda anche Dorothea Härlin, del comitato referendario berlinese, che sottolinea l’importanza internazionale del successo registrato nelle urne il 13 febbraio, ricordando che «non soltanto i berlinesi, ma i cittadini di tutto il mondo si battono per l’acqua».


mercoledì 23 febbraio 2011

17? ... milioni o miliardi? ... Infrastrutture per impedire l'"esodo biblico" dal Nordafrica

(E.I.R. Strategic Alert) - I cinquemila tunisini sbarcati a Lampedusa nella seconda settimana di febbraio non sono che l'inizio di quello che diventerà sicuramente un "esodo di proporzioni bibliche", come ha affermato l'ex prefetto di Roma Achille Serra, se non si abbandona completamente la politica economica della globalizzazione e si varano con urgenza programmi di sviluppo euro-africani. Il ministro Frattini fa bene a parlare della necessità di un "piano Marshall", ma nel sistema dell'euro queste resteranno parole scritte sulla sabbia.
La situazione è stata drammaticamente descritta da una delegazione del governo tunisino giunta a Roma il 17 febbraio. Il ministro dell'Industria e della Tecnologia Afif Chelbi ha definito "ridicola" l'offerta UE di 17 milioni come anticipo dei 258 milioni già promessi fino al 2013. L'offerta "dimostra che [l'UE] non ha capito la portata degli eventi storici in corso nel sud del Mediterraneo", ha denunciato Chelbi, aggiungendo: "Quando Catherine Ashton ha parlato di 17 milioni, il nostro ministro pensava di avere capito male e ha chiesto: 'Milioni o miliardi?'. Ancora una volta l'Unione Europea non è all'altezza del compito di confrontarsi con la regione".
Il finanziere Tarak Ben Ammar, che fa parte del "comitato dei saggi" che accompagna la riforma costituzionale in Tunisia, è stato ancora più duro: "Quello che l'Europa ha disposto in aiuti alla Tunisia è una mancia, quasi un insulto. Ci vogliono 10 miliardi come minimo per rimettere in piedi in sei mesi il turismo, l'economia, il lavoro del paese". Per Ben Ammar si tratta di volontà politica: "O l'Europa afferma che vuole sviluppare il nord Africa per non far arrivare gente nella propria terra o non saranno in 5 mila, ma in 500 mila ad arrivare sulle sue coste".
Se le nazioni europee (e noi parliamo intenzionalmente di nazioni e non di EU) intendono veramente aiutare la Tunisia e gli altri paesi del Nord Africa, ci sono alcuni progetti da far partire immediatamente, nel quadro di un approccio da vero sviluppo, e cioè dello sviluppo delle infrastrutture che rendano quei paesi produttivi in senso reale. Ci vuole un approccio integrato per le infrastrutture dell'energia, dell'acqua e dei trasporti. Si parte con il progetto della bonifica degli Shatt, le depressioni melmose in Tunisia e Algeria, che possono diventare centri agro-industriali. C'è poi il progetto, italiano, del tunnel tra la Tunisia e la Sicilia, che creerebbe un vero e proprio ponte terrestre euro-asiatico-africano. Il tunnel fu presentato per la prima volta ad un pubblico internazionale alla conferenza dello Schiller Institute a Kiedrich, in Germania, nel 2007 (qui: http://www.movisol.org/07news169.htm).
L'EIR ha parlato con l'autore, l'Ing. Pietro La Mendola, che ha guidato un team dell'ENEA. Il tunnel darebbe una ben maggiore importanza al collegamento stabile tra Messina e Reggio Calabria, facendone non più un'infrastruttura regionale italiana ma l'anello di un'infrastruttura intercontinentale. Si creerebbe un corridoio ferroviario di oltre 2500 km tra Tunisi e Berlino, che si allaccerebbe al corridoio est-ovest euroasiatico. Il progetto creerebbe diecimila posti di lavoro in Tunisia e fungerebbe da importante stabilizzatore dal punto di vista dell'emigrazione. Il tunnel, di solo trasporto merci, sarebbe composto da più sezioni lunghe fino a 60 km l'una, separate da quattro isole artificiali erette col materiale di scavo. I lavori potrebbero iniziare subito dopo il completamento di una prospezione geologica, che di solito impiegherebbe 4 anni ma che, se affidata all'ENI, sarebbe molto più rapida avendo l'ente italiano raccolto già dati sull'intera area nell'ambito della sua ricerca di idrocarburi. Una volta fatta la prospezione, erette le piattaforme marine e fatte giungere le "talpe" per la perforazione, si procede alla velocità di 1,5 km al giorno. Questo significa che in 60 mesi il tunnel è scavato.
L'Italia ha tutto l'interesse a muoversi senza attendere benedizioni dall'alto, perché si tratta di un progetto che estende lo sviluppo al mezzogiorno in termini di collegamenti ferroviari, energia, occupazione ecc. Nel momento in cui il ministro dell'Economia Tremonti compie dimostrativamente viaggi al Sud per testimoniare la abissale carenza di infrastrutture, e denuncia in Consiglio dei Ministri il gap di produttività da Nord a Sud, occorre muoversi con coraggio per attuare politiche che riflettono l'interesse del Mezzogiorno, dei nostri vicini nordafricani e della sicurezza nazionale.
L'ENEA ha sviluppato altre idee nell'ambito del suo programma "Progettoafrica", riguardanti la bonifica del deserto del Sahara, come nel caso dello Shatt El Djerid in Tunisia o nella New Valley in Egitto, che vanno nella stessa direzione della proposta Paumier-Roudere presentata dal movimento di LaRouche in Francia. Questi progetti sono la chiave per lo sviluppo agro-industriale e per il cambiamento climatico positivo, questo sì, fatto dall'uomo.
I progetti idrici per il Nord Africa si accompagnano al progetto Transaqua per rivitalizzare il Lago Ciad e per rinverdire la regione del Sahel, in una visione generale di sviluppo infrastrutturale pan-africano. Se questi progetti non verranno attuati con urgenza, allora vedremo l'incendio in Nord Africa espandersi presto all'Europa. La svolta, però, non è possibile senza sostituire l'attuale sistema finanziario in bancarotta con un sistema creditizio basato sui principii di Glass-Steagall, come LaRouche non si stanca di ripetere.

martedì 22 febbraio 2011

Dal Cairo al Wisconsin, la riforma Glass-Steagall ora!

(E.I.R. Strategic Alert) - Le ultime settimane sono state caratterizzate da un profondo cambiamento nella dinamica politica globale. In tutto il mondo, la popolazione si ribella non soltanto contro la fame e gli aumenti del prezzo del cibo, ma anche contro l'ingiustizia, la corruzione, l'oppressione e le elites reazionarie al potere. Perché, si chiedono, dovremmo accettare condizioni che ci privano del nostro futuro?
Nel 2008 le rivolte per la fame che investirono 40 paesi erano principalmente proteste contro i prezzi esorbitanti del cibo. Nel 2011 le rivolte in Nord Africa e nel sud ovest asiatico, ma anche le recenti manifestazioni di massa in Wisconsin e Ohio negli Stati Uniti contro il tentativo di distruggere i sindacati, sono il risultato del crollo del sistema finanziario globale. La gente comprende che, senza la libertà nella repubblica, non ci sarà né cibo né una speranza per il futuro.
Dall'Algeria alla Tunisia, dalla Libia all'Egitto, dallo Yemen alla Siria, al Libano, alla Giordania, all'Arabia Saudita, all'Iran, al Bahrain, fino al Wisconsin ed all'Ohio, è in corso un processo rivoluzionario. Le dittature e i sistemi totalitari che sono stati tollerati per così tanto tempo vengono ora rifiutati, e la gente è disposta a rischiare la vita per farle cadere, quando tali regimi sono incapaci di garantire le esigenze fondamentali della popolazione. Mentre questo processo si diffonde a livello internazionale, il mondo si trova di fronte a due sbocchi: o sprofondare nel caos e nei nuovi secoli bui, o sostituire il sistema finanziario in bancarotta con un sistema creditizio, separando le attività bancarie legittime dalla speculazione e dal gioco d'azzardo.
I tentativi, da parte del G20, di salvare il sistema bancario in bancarotta con i salvataggi e il continuo acquisto di titoli tossici non fanno che pompare altra liquidità nello stesso sistema marcescente. Ma il denaro regalato agli speculatori viene "investito" nella speculazione sulle materie prime e le derrate alimentari, conducendo ad aumenti dei prezzi incontrollati.
Come ha chiesto Helga Zepp-LaRouche in una dichiarazione del 20 febbraio, per impedire che l'inflazione dei prezzi provochi conseguenze politiche e sociali incontrollabili "devono essere adottati immediatamente controlli sui prezzi del cibo e dell'energia, così come uno standard globale come Glass-Steagall". Quest'ultimo proteggerà le banche commerciali azzerando i titoli delle banche d'affari e mettendo in quarantena il "sistema bancario ombra" denunciato dalla Commissione Angelides al Congresso USA.

martedì 15 febbraio 2011

Corsa alle liberalizzazioni: i bankers ringraziano

(MoviSol) - Sotto la spinta di una serie interminabile di scandali, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha deciso che sarebbe ora cambiare argomento e affrontare "i problemi del paese". Così ha annunciato un nuovo piano per la crescita, incentrato sulle liberalizzazioni di vari settori economici, a partire da cambiamenti alla Costituzione stessa. Obiettivo: liberarci dalle troppe regole che impediscono all'Italia di spiccare il volo. La risposta del Pd di Pierluigi Bersani non si è fatta attendere: ma quali liberalizzazioni? Quelle vere le ho fatte io, e adesso ne propongo ancora di più. Insomma, si è innescata una gara a chi può essere più liberista, tutto a favore della "crescita" economica.
La realtà però, è che questa gara favorisce soltanto gli interessi politico-finanziari di Bruxelles e la City di Londra, ed i loro promotori in Italia. Come abbiamo scritto dopo la spaccatura della maggioranza nello scorso autunno, lo scontro politico italiano fa parte di uno scenario disegnato ad alto livello e evidente a chiunque volesse alzare lo sguardo dalla palude degli scontri quotidiani: la creazione di un esecutivo di emergenza che potrà attuare un programma di feroce austerità sul modello dei piani annunciati e lanciati in Grecia, Irlanda, Gran Bretagna e Francia. I mercati finanziari richiedono lacrime e sangue, altrimenti gli attacchi speculativi ai titoli di stato riprenderanno in qualsiasi momento, con una moneta unica che si avvia verso la propria fine. Così i cittadini devono sottostare ad una nuova ondata di salvataggi per chi ha speculato, i veri destinatari dei programmi di stabilizzazione a livello europeo.
Insieme ai tagli serviranno le famose "riforme strutturali" che tradotte in termini reali porteranno ad ulteriori privatizzazioni e liberalizzazioni, annullando le tutele dei cittadini di fronte agli interessi speculativi. Montezemolo potrà garantirsi i profitti dell'alta velocità, come i Benetton si sono presi quelli delle autostrade. Seguono le municipalizzate, l'acqua, l'energia e tutto il resto, alcuni già avviati negli ultimi anni. Come insegnano Gran Bretagna e Stati Uniti, la deregulation è la precondizione per il saccheggio da parte degli interessi privati, non per l'efficienza, che viene invece realizzata con investimenti in infrastrutture e alta tecnologia.
Finora il Governo Berlusconi è stato poco affidabile nell'attuare il programma liberista richiesto, anche a causa di un Ministro dell'Economia che, pur imponendo una linea di rigore per quanto riguardano i conti pubblici, cerca in continuazione modi di ricostruire l'economia reale attraverso i progetti infrastrutturali e la richiesta di una riforma internazionale che separi le attività reali da quelle speculative; infatti Tremonti ha contrastato subito il nuovo piano di Berlusconi, provocando l'ira del suo vero promotore, Giuliano Ferrara.
Ora Berlusconi e Bersani sembrano aver deciso di accontentare i bankers in anticipo, per evitare a loro di doversi sporcare le mani manipolando il quadro politico italiano. Vogliono l'accelerata liberista? Gliela diamo noi, così facciamo vedere quanto siamo bravi e magari riusciamo a tenere/ottenere le posizioni di potere.
Mentre negli Stati Uniti la Commissione di Inchiesta sulla Crisi Finanziaria (FCIC) guidata da Phil Angelides ha pubblicato un rapporto di importanza fondamentale, indicando l'abrogazione di Glass-Steagall (la separazione tra banche commerciali e banche d'affari) e la deregulation in generale come le cause del crollo economico-finanziario di questi anni, in Italia si vuole abbracciare la malattia, piuttosto che curarla. I bankers se la ridono veramente.
Per aiutare a contrastare la follia di chi crede che le liberalizzazioni siano la fonte della crescita economica (tesi che sembra ormai scritta nel DNA dell'establishment economico, nonostante la sua dimostrata fallacia) MoviSol ripropone la lettura dell'eccellente studio di Claudio Giudici del 2008 sul tema delle privatizzazioni e liberalizzazioni in Italia, mostrando come la scossa data all'economia italiana negli anni Novanta iniziata con i governi Amato e Ciampi (tanto invocati da alcuni personaggi in questi giorni) in realtà ha inferto un colpo durissimo al tessuto industriale e alla sovranità del paese. Vogliamo davvero ripetere questa esperienza, per paura di inimicarsi i poteri forti a livello internazionale?

giovedì 10 febbraio 2011

Il sexgate mira a fermare Tremonti più che Berlusconi!

Durante l'Ecofin del 18 gennaio, il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha affermato: “In sostanza va affermandosi la tesi (avanzata dall'Italia) che in molti casi è la "criticità" del settore finanziario ad aver determinato la crisi dei debiti sovrani di alcuni paesi, Grecia e Irlanda in testa”. Tremonti ancora una volta mette sotto accusa il sistema finanziario e le banche, ponendo l'accento sul fatto che non si possa agire sul debito pubblico – ciò significando tagli alla spesa sanitaria, all'istruzione, allo sviluppo infrastrutturale, alla sicurezza – senza parallelamente procedere ad una riforma del sistema finanziario. Invero, egli sottolinea che un paese come l'Irlanda non aveva un problema di debito pubblico, ma che questo è emerso soltanto in seguito ai salvataggi delle banche. E tutto questo lo ha potuto dire dall'alto di una posizione politicamente e moralmente privilegiata: l'Italia non ha dovuto praticare salvataggi delle banche nazionali, ed ha gestito la crisi mantenendo la spesa pubblica annuale, in rapporto al p.i.l., a livelli molto più contenuti rispetto agli altri stati europei e transatlantici. Ma quella che può essere considerata una posizione fuori dal coro, fuori dall'ortodossia politico-economica globale, caratterizzandosi, per la sua unicità, come quella dotata di maggior coraggio e leadership tra tutti i paesi del G8 e dell'Unione Europea da almeno il 2008 (già nei mesi prima che scoppiasse con tutta la sua violenza la più grave crisi economico-finanziaria dal 1929), è stata sistematicamente minata dalla credibilità che il Governo Berlusconi andava perdendo a causa di uno stillicidio di inchieste a base di scandali sessuali che hanno riguardato in primis il premier italiano.
Nel pieno dell'accelerazione della crisi finanziaria – evidente se si guarda all'iperinflazione che riguarda le materie prime – , l'Italia potrebbe giocare un ruolo primario, perchè la leadership mostrata da Tremonti troverebbe ulteriore forza in altre iniziative italiane che vanno nella giusta direzione: la proposta dell'ex Ministro dell'industria, prof. Paolo Savona, di uscita dall'euro, e le molteplici risoluzioni per la riforma del sistema finanziario internazionale approvate negli ultimi anni dal Parlamento italiano con maggioranze trasversali (cose per cui il movimento di LaRouche ha giocato un ruolo determinante). Questo, nonostante quella forma di compromesso con il sistema monetarista, che sono gli Eurobond di Tremonti; infatti, ciò di cui abbiamo bisogno è la ben più radicale rottura con il sistema monetarista ed il passaggio a sistemi creditizi nazionali, in quanto solo attraverso il credito sovrano potremo avere il ritorno della primazia della politica sui poteri finanziari ed il rilancio dell'economia reale. Infatti, a tal proposito, si può rilevare un grande paradosso: per via del ricatto della finanza internazionale contro ogni Paese (Italia compresa), che minaccia di scatenare la speculazione contro i titoli di stato in qualsiasi momento, Tremonti si trova costretto a continuare la politica del “Patto di stabilità” europeo, imposta proprio da chi vorrebbe contrastare.
La crisi, in particolare, va maturando su due fronti dove l'Italia, più di altri, potrebbe e dovrebbe essere punto di riferimento per la risoluzione degli stessi: la crisi dell'euro (Grecia, Irlanda, la criticità della situazione di Portogallo e Spagna) e quella dell'area sud-mediterranea e medio-orientale (Tunisia, Algeria, Egitto, Marocco, Libano, Libia, Giordania, Yemen). All'interno dell'Eurosistema, l'Italia è promotrice di una riforma del patto di stabilità, con la mira di allentare il cappio rappresentato dai debiti pubblici, conscia che senza la possibilità di effettuare investimenti infrastrutturali e senza sostenere il welfare, non sia possibile assistere ad alcun rilancio dell'economia reale. Parallelamente, a livello extra-europeo, essa denuncia e propone la necessità di riformare l'intero sistema finanziario internazionale per sottoporre a rigidi controlli la speculazione. In merito all'area sud-mediterranea, l'Italia è il primo partner commerciale del Libano, il secondo partner commerciale di Tunisia, Algeria ed Egitto, e il terzo partner del Marocco, mentre per la Giordania è il secondo partner dell'Unione Europea. Da tutto ciò ben si comprende l'interesse che l'Italia ha per questa area e cosa possa voler dire, per interessi antagonisti, avere un'Italia completamente destabilizzata e concentrata – sia nella sua classe dirigente che nella sua opinione pubblica – su scandali che quanto meno hanno un rilievo secondario rispetto ad interessi geo-strategici ed economici.
D'altra parte, quando il 7 febbraio 1992, venne firmato il Trattato di Maastricht, appena dieci giorno dopo, l'allora pubblico ministero Antonio Di Pietro, chiese ed ottenne un ordine di cattura per l'ingegner Mario Chiesa, dando così avvio alla stagione di Tangentopoli. Quello che sicuramente è il più importante accordo internazionale del dopoguerra firmato dall'Italia, con conseguenze che di fatto l'hanno privata di una reale sovranità economica, sottoponendola agli asfissianti parametri del patto di stabilità, avvenne a Camere sciolte, con un Governo in prorogatio, e con un dibattito limitato dal caos di un'inchiesta giudiziaria che ha avuto evidenti obiettivi politici. Fra l'altro, il Governo cadde e le Camere furono sciolte in una situazione piuttosto strana, il 2 febbraio 1992 (dunque appena cinque giorni prima di quella importantissima firma). Il Corriere della Sera definì la procedura di scioglimento “se non proprio anomala, almeno inconsueta”, ed il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga – che fu l'unico grande dirigente DC a non esser coinvolto dalla stagione di Mani Pulite – la giustificò con queste ambigue parole: “Ho sciolto le Camere prima della scadenza perchè non funzionavano e toglievano legittimità alle istituzioni... Credo giunto il momento magico per rinnovare anche moralmente il nostro sistema politico, per rifondare la Repubblica con un nuovo patto nazionale”.
Questo riferimento non deve esser considerato inappropriato, perchè ciò che sta avvenendo oggi in Italia è da considerarsi la prosecuzione di quella stagione di interdizione della sovranità politico-economica nazionale, che senza un intervento pesante della magistratura contro l'allora classe dirigente, non sarebbe mai cominciata. Oggi, il baluardo che l'Italia ha contro la prosecuzione di quella stagione è rappresentato in primo luogo da Tremonti, ed il modo più facile per abbatterlo è colpire quelle che rischiano di rivelarsi assolute debolezze in Silvio Berlusconi. Ma il pericolo che Tremonti rappresenta per l'oligarchia finanziaria, come già detto, non è limitabile alla sola Italia, ma può avere risvolti a livello internazionale.
D'altra parte, le rivolte che stanno avendosi nell'area sud-mediterranea e medio-orientale, lungi dall'essere la mera protesta contro modelli politico-economici tipici di quell'area, sono la conseguenza dei disagi economici procurati da sistemi dispotici creatisi sotto il condizionamento degli epigoni della globalizzazione finanziaria. La profonda crisi economica e sociale è il prodotto della politica liberista imposta dal FMI e dall'Unione Europea. Già privi della sicurezza alimentare, questi paesi sono stati colpiti duramente dall'aumento dei prezzi delle merci a partire dal 2007, e che ora ha riaccelerato a livelli superiori a quelli delle rivolte del 2008. Nel caso della Tunisia (ma anche dell'Egitto e del Marocco) la collusione è evidente. Oltre vent'anni di cooperazione tra Tunisi e Banca Mondiale e FMI ha portato ad un'alta disoccupazione, anche tra le fasce più istruite. Un rapporto della Banca Mondiale nota che il numero dei giovani laureati disoccupati è quasi triplicato in 10 anni, da 121.800 nel 1996-97 a 336.000 nel 2006-2007. Spinto dalle istituzioni internazionali, dall'UE e dalla Francia, il governo ha realizzato “riforme” come la privatizzazione delle infrastrutture e delle industrie (compresi i porti, le acciaierie e le imprese minerarie), l'eliminazione dei dazi, la liberalizzazione delle esportazioni, la svalutazione della moneta, l'apertura del mercato del lavoro alle imprese estere che impiegano la forza lavoro tunisina a salari bassi, per produrre parti di ricambio per automobili e articoli di abbigliamento. La Tunisia è stato il primo paese nordafricano a stipulare l'accordo di libero scambio con l'UE (1995) che ha permesso l'applicazione radicale di queste politiche liberiste.
E' altresì da considerare che la destabilizzazione interna che sta subendo la politica italiana, attraverso gli attacchi al Popolo della Libertà nella figura di Berlusconi, ha già interessato il Partito democratico nella sua ala dalemiana, colpita anch'essa da una serie di inchieste che hanno depotenziato fortemente il partito. Il PD, infatti, è stato reso privo della leadership che avrebbe potuto avere, ed alla mercè di continue derive demagogiche e giacobine non funzionali all'interesse nazionale.
In questa situazione la politica italiana deve stare attenta a non farsi tirare dentro alla complessiva strategia di caos che coinvolge l'Italia, e piuttosto essere capace di anteporre l'interesse per una autentica riforma del sistema finanziario internazionale, dell'Eurosistema, e per lo sviluppo delle aree più povere del pianeta. In questa ottica: una nuova Bretton Woods; la proposta del prof. Savona per la fuoriuscita dall'euro; e la “rivoluzione azzurra” per il Nord-Africa, capace di dare acqua ed infrastrutture di base, possono e devono essere i programmi cardine di una politica che voglia ritrovare la dignità di tornare a governare gli Stati, piuttosto che esserne costantemente uno dei tanti elementi condizionati dagli interessi finanziari.

Claudio Giudici